Il 28 novembre il giornale La Stampa, nel giorno della Maratona delle idee indetta da Torino città per le donne, ha intervistato Linda Laura Sabbadini, statistica italiana nota in particolare come pioniera europea degli studi statistici di genere.

La Sabbadini, editorialista de La Stampa, nell’intervista ha parlato del lavoro delle donne al tempo del Covid, spiegando che, considerate le statistiche, durante questo periodo il settore lavorativo femminile è stato il più colpito.

Se nelle precedenti crisi il settore più penalizzato era quello maschile, ovvero quello dell’industria, adesso i più colpiti sono i servizi e i lavori precari. Questo è un settore in cui le donne sono maggiormente coinvolte:

Durante questo periodo vi sono 470 mila occupate in meno rispetto al secondo trimestre del 2019. Di queste 323 mila in meno tra quelle con contratto a tempo determinato. Pagano il prezzo di svolgere lavori più precari.

«E così siamo alle solite: un tasso di occupazione che torna sotto il 50%, al 48,4%» afferma la Sabbadini.

L’esortazione della statistica è quella di avere come obbiettivo un «Piano per l’occupazione femminile», il quale consisterebbe in un tipo di occupazione strutturale, adottando misure che possano portare ad «Effetti moltiplicatori di resilienza».

Sabbadini ha associato il problema del lavoro femminile a quello familiare:

«Le donne che lavorano sono poche, ma in compenso sono sovraccariche di lavoro familiare. Se si somma il lavoro retribuito e non retribuito, lavorano un’ora in più al giorno rispetto agli uomini. Ma guadagnano di meno

La conseguenza è che spesso le donne sono costrette ad interrompere il lavoro dopo la nascita dei figli, che comportano un aumento del lavoro familiare.

In risposta a questo problema Sabbadini suggerisce un piano di infrastrutture sociali, a partire dagli asili nido. Come riporta Sabbadini, solo il 12% dei bambini vanno agli sili nidi pubblici, che insieme a quelli privati fanno il 27%. Il suggerimento è quello di aumentare questa percentuale al 60%.

Un aumento dell’occupazione femminile, inoltre, avrebbe come conseguenza la diminuzione delle diseguaglianze sociali fra i bambini e della povertà.

«Vedere la spesa sociale non come un costo, ma come un investimento e dare una vera e propria svolta. Dobbiamo partire da grandi investimenti non solo nelle infrastrutture economiche, ma anche sociali».

Investimenti economici e sociali, dunque, a favore dell’occupazione femminile: questa è l’esortazione di Sabbadini per rimediare ad un gap che separa di molti punti l’Italia dagli stati nordeuropei. Dare valore alle spese sociali e riportare le donne al centro di un discorso lavorativo al fine non soltanto di riportare parità nell’ambito dell’impiego, ma anche di risollevare l’economia italiana da una crisi che, ancora una volta e troppo spesso, vede le categorie femminili come vittime designate.

Chiara Volponi

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