“Ho fatto uno strano bagno quando mi sono lavata lo sporco del campo di concentramento di Dachau nella stessa vasca da bagno di Hitler a Monaco”.
Lee Miller

Lee Miller, modella, artista, musa, fotografa. Una donna che ha vissuto mille vite, che ha cavalcato lo spirito del tempo, la prima donna fotografa che è entrata nei lager nazisti per documentarne gli orrori.
Serena Dandini con “La vasca del Führer” (Einaudi), racconta la sua storia insieme all’aiuto di archivi storici e fotografici dell’epoca, dando vita ad un quadro della sua vita e non solo, di un intero periodo storico attraversato dalla crisi, dalla guerra ma anche da un forte desiderio di espressione artistica che, con tutti i movimenti che ne sono generati, ha saputo caratterizzarne i tratti.

Lee Miller (1907 – 1977): qui è a Monaco nel bagno di Hitler, Fotografia di David Scherman.

La sua vita è un’avventura degna della sceneggiatura di un film.
A soli otto anni Elizabeth Miller entra in contatto con la fotografia grazie al padre, Theodore Miller, ingegnere, inventore e uomo d’affari. Theodore si dilettava con la fotografia, ed usava la piccola Elizabeth come modella, coinvolgendola fin dall’inizio in un processo che sarebbe diventato parte della sua vita per sempre. Il primo uomo a fotografarla fu proprio il padre, che fece un ritratto di Elizabeth nuda, in una foto che si intitolava Mattinata di dicembre, che si ispirava a Mattinata settembrina, un quadro di Paul Chabas, la cui esposizione a New York nel 1913 suscitò molto scandalo.
Alla sola età di sette anni, nel 1914 subisce una violenza sessuale, un avvenimento che segnerà per sempre la sua esistenza.
Il padre di Elizabeth, per poter alleggerire la sofferenza della figlia, le lascia piena libertà di scelta sul suo futuro e sulla sua carriera, una possibilità che per una donna nei primi anni del Novecento era completamente fuori dalle norme che venivano dettate dalla società del periodo.

Per un puro caso del destino – Lee fu salvata da un investimento autostradale da Condé Nast, editore di Vanity Fair e Vogue – iniziò una carriera come fotomodella, e in breve tempo divenne una delle modelle più ambite di New York e fu ritratta da fotografi come Edward Steichen, Arnold Genthe, Georges Lepape.

Lee Miller, fotografata da Edward Steichen, Vogue, settembre 1928.

Nel corso della sua carriera come modella, Lee iniziò ad interessarsi sempre di più alle tecniche che i fotografi usavano, e in lei iniziò a crescere il desiderio di stare dietro la macchina fotografica, non più davanti.

Decise di recarsi a Parigi, per studiare fotografia con Man Ray, artista e fotografo surrealista, e ben presto divenne sua musa e compagna.
Durante questo periodo, Lee entrò in contatto con artisti come Picasso, Paul Éluard, Jean Cocteau.

Nude bent forward, Parigi, 1930, di Lee Miller.

Ma ben presto la vita a Parigi iniziò a starle stretta, e nel 1932, proprio durante la crisi economica, decise di tornare a New York per aprire un proprio studio fotografico per ritratti e foto commerciali, nel quale lavorò con successo.
Ma la sua irrequietezza torna a farsi sentire, e più tardi, nel 1935, dopo il matrimonio con l’uomo di affari egiziano Aziz Eloiu Bey si reca al Cairo, dove scatta alcune delle sue fotografie surrealiste più belle.

Portrait of space, Lee Miller, 1937.

Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Miller si trovava a Londra, dal suo nuovo amore, il collezionista di arte moderna Roland Penrose. Durante questo periodo così turbolento, Lee Miller decide di partire come fotoreporter per documentare gli orrori della guerra. Intraprese la carriera di fotoreporter di guerra per Vogue.
Ignorando le richieste di tutti di rimanere al sicuro negli Stati Uniti, Lee Miller, che non aveva mai accettato compromessi nella sua vita, e forse, per la prima volta, si sentiva davvero a suo agio in ciò che stava facendo, iniziò a documentare il bombardamento strategico del Regno Unito nel corso della guerra lampo portata avanti dalla Germania nazista. Una carriera assolutamente inusuale per una donna.
Andò in Francia, e documentò la liberazione di Parigi e fu la prima donna ad entrare e a fotografare l’orrore dei campi di sterminio nazisti di Buchenwald e di Dachau.
Per la prima volta, Lee cessò di essere apprezzata per la sua bellezza, per la sua apparenza, ed iniziò ad essere riconosciuta per le sue azioni, riuscendo a realizzare il desiderio che fin dall’inizio era nato in lei, «Preferisco fare una fotografia che essere una fotografia».

Lee Miller indossa un elmetto appositamente costruito per tenere in mano la macchina fotografica, Normandia, Francia, 1944.

Chiara Volponi

Credit: IoDonna

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