Si è spenta a Roma questo 21 Gennaio l’immensa Cecilia Mangini. Aveva 93 anni ed è stata una delle più grandi documentariste mondiali, oltre che la prima donna italiana a osare di mettersi dietro la macchina da presa, in un mondo di totale predominio maschile.

Nata a Mola di Bari nel 1927, Cecilia Mangini sin da giovanissima ha cercato di raccontare con tutta se stessa la storia italiana a partire dal secondo dopoguerra. Uno sguardo unico e sincero, dotato di straordinaria sintesi e connotati etici, che le ha permesso di documentare le trasformazioni politiche in corso, ma anche i problemi del Mezzogiorno, la desolazione delle campagne devastate dal cemento delle periferie e i rituali della cultura contadina, spazzata via dall’avvento delle fabbriche.

Definita anche come la donna rock del documentario per via dello spirito ribelle, Cecilia Mangini inizialmente rinunciò alla fotografia di posa in favore di quella di strada. Un genere che definiva più onesto, e di gran lunga più consono ai propri fini. Nell’estate del 1952, munita di una fotocamera Zeiss Super Ikonta 6×6, documenterà le condizioni di vita e di lavoro sulle isole di Lipari e Panarea. Il primo passo verso quella vocazione che la renderà una delle più importanti documentariste del nostro paese.

Con grande tenacia, Cecilia Mangini si è spesso battuta per dare voce a chi ha vissuto ai margini della società, senza mai voltare lo sguardo o perdere di vista il fulcro della narrazione.
Anche da giovane, Cecilia non ha mai chiuso gli occhi di fronte ai problemi del paese, a differenza di qualche collega maschile, preferendo invece lavare i panni sporchi al cinema, davanti a tutti, in una sala gremita di persone.
Un modo di pensare che le causerà non poche complicazioni, soprattutto in un’epoca di forti censure, come nel caso di Essere donne (1965). Un’inchiesta realizzata per la Rai negli anni Sessanta, rivelatasi tanto scomoda da essere boicottata dalla stessa Commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, solo per aver mostrato con spietata crudezza la condizione femminile di quegli anni.

La sua sensibilità e il profondo senso critico la porteranno a dirigere anche due documentari storici dai chiari intenti di denuncia (e che le garantiranno un notevole successo) come All’armi siam fascisti! (1962) e Stalin (1963).

È tuttavia innegabile che la sua produzione artistica, così come quella di molti altri rinomati colleghi, abbia subito l’influenza dell’etnologo Ernesto De Martino, senza il quale molto probabilmente non sarebbe esistito il documentario etnografico italiano.

Lavorò con Pier Paolo Pasolini e col marito Lino Del Fra, insieme al quale vincerà il Leone d’Oro a Venezia col documentario Fata Morgana (1961).

Quello che forse ancor oggi si tende a dimenticare è proprio il suo impegno nei confronti della verità. Una verità che deve emergere sempre e a ogni costo. Questo sembra essere l’insegnamento di Cecilia, un esempio morale di anticonformismo, quanto mai importante al giorno d’oggi.

La sua perdita lascia certamente un vuoto incolmabile.

Molti sostengono che Cecilia Mangini abbia dedicato la sua vita al cinema militante, ma lei era solita dire che “il cinema l’avesse salvata”.

Niccolò Ratto

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