Veronica Tomassini, scrittrice siracusana, collaboratrice del Fatto Quotidiano, finalista al Premio Strega 2019 per Mazzaronna, esce con Vodka Siberiana, un libro autopubblicato contro ogni tendenza editoriale. La scrittrice ha raccontato sul suo blog il gesto di autopubblicazione come una protesta contro l’editoria, una dimostrazione per sé stessa e per i lettori.

Una major  – l’ultima in ordine cronologico – aveva tenuto il testo, infognato aggiungerei, per mesi. Alla fine, nemmeno una risposta, di quelle cose incartapecorita. Niente. Rigettato, senza nemmeno un “grazie, è stato un piacere“. Il testo erano queste lettere, era il romanzo che sarebbe diventato “Vodka siberiana”. Un’amica, grafica, un’artista, Alina Catrinoiu (che poi è la moglie di mio fratello), quella domenica esatta mi è seduta accanto, mi guarda e mi dice: adesso basta, adesso te lo pubblichi da sola. E così in due giorni, io e Alina (Alina si è occupata della copertina, della grafica e dell’impaginazione) abbiamo confezionato un romanzo. Pubblico un post su Facebook, lo annuncio, in un’ora rimedio cento prenotazioni. In un’ora.

Pare proprio che l’esperimento abbia funzionato, anche se andrebbe tenuto di conto che Tomassini non è una scrittrice emergente, e che forse può permettersi una sovversione del genere.

Vodka Siberiana racconta la storia di personaggi emarginati dell’est Europa dopo la caduta del muro di Berlino. La voce narrante è quella di una donna, alter ego della scrittrice, che lavora in un bar in un porto di mare. Davanti a lei scorrono personaggi ai margini: immigrati, prostitute… Un’atmosfera di degrado li avvolge, e la donna osserva.

 Le lettere erano sistemate da qualche parte in quel vascello fantasma che a volte è la mia memoria. Abiurano tutti. Nella mia memoria. C’era un’altra angolazione da dover affrontare (dopo “Sangue di cane” e “L’altro addio”), collocandomi stavolta io al centro di un proscenio epocale, che mi ha investito come distrattamente, eppure infilandomi di forza dentro l’attraversamento della Storia. La storia di quegli anni, metà anni ’90, dopo la caduta del Muro, l’avvento della democrazia in estensioni di laconiche lande dell’est, la riproduzione di uomini automi, che riversano nel nostro Occidente pingue e maldestro, d’un tratto soltanto bevitori, d’un tratto il calco ributtante, erano deregolamentazione, scandalo, irreggimentazione. Chi erano questi uomini? Bevitori portatori di una pietà apocalittica, di errori che hanno fondato un secolo, di fallimenti e utopie, chi erano, se non un monito, lugubre e cimiteriale, di colpe anche nostre? Raccontare di nuovo è stato prostrante, mi è costato molto, non pensavo così tanto.

Ecco qui sotto un estratto del libro.

“Quando attraversi il grande parcheggio, ti concedi alcune riflessioni, sono sempre le stesse.
Ti scrivo io, stavolta. Non ti prometto: ti amerò di più. Io non ti so amare, ho provato. Ho fatto quel che ho potuto. Guardi la casa dei morti. Un tempo era un rudere. Oggi appartiene alla collettività. E la trasformazione ti induce a pensarla prossima alla noiosa nomenklatura di un insieme civile. Ti invito a osservarla. Tu la conosci. Ne hai scritto. Ora sei stufa marcia, vero? Ogni tanto guardi su al piano della creaturina. È morta. Ricordi il professore? In maniche di camicia, scrivevi. Parlavate delle cose del cielo, ma anche del mondo eccome. E c’erano i rom, Sofia, Anita, Altana, Oscar. Fumavate, nuvole di fumo sparse per la casa. Un vero caos.
Avevi 25 anni.
Il professore era malato. La schizofrenia era controllata e in lui era intelligenza, bizzarria colta, folgorazione. Indossavi un vestito giallo, che comprendeva una gonna più ampia e lunga a righine chiare. Ti piaceva più di tutti. Fumavi orribili sigarette, economiche, maschili potrei aggiungere. Servivi la sera, ai clienti di un Club dall’aria decadente, con il grammofono sui dischi della Piaf, tende pesanti alle porte finestre. Il venerdì c’erano i marinai russi e un Capitano di mezza età ti invitava a ballare e tu accettavi.
Hai fatto quel che hai potuto. Una vocazione allo slavismo, letture disordinate, la tendenza ad isolarti, la vanità acerba, confusa. Eri così. Oggi attraversi il grande parcheggio, da lontano sorprendi la donna seduta in attesa del suo compagno. Giovane polacco. Ha i capelli bianchi, gli occhiali spessi e rigati in corrispondenza dell’occhio sinistro, ma ha una voce da ragazza. Anche tu hai una voce da ragazza. La desolazione ha avuto ragione sulla vostra stessa esistenza. Non dovete riassumerla tutte le volte. Non c’è per questo una mostrina da guadagnarci o un premio da intitolarvi. Tu hai deciso di incoraggiare Lucia nella follia di quell’amore, è un po’ perdonarti. Giusto? Se lui beve, non è detto che non la ami.
Le siedi accanto. Non le parli di nulla. Solo il tuo desiderio rimane sospeso. Il tuo desiderio non succede mai. Se provi a raccontarle, lei come ogni donna adulta che conosci capisce subito la fregatura del mondo, e la fregatura del mondo di solito ri-guarda ogni tua faccenda.
Da ragazza leggevi i russi, tanto da esserne contagiata nell’indole tragica che avrebbe debordato in laconiche avventure, dall’esito amarissimo. Patetico e amarissimo. Non i russi del tedio civile e dissidente di un under celebrato come un ex zek, zek o gli internati dei gulag. Hai letto Solczenicyn soltanto per realizzare il mortifero fallimento di una balla. Il realismo sociale russo, una balla. Non garantiva un proscenio nemmeno ai poeti più ardimentosi o ispirati. L’elegia atea. Lo scriveva Kundera. Ma oggi apprendi – nelle nuove letture – l’interessante epopea metafisica.”

Credit: Il Giornale; L’indipendente

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